Alberto Pasqual
Maglio e torchio: sculture in negativo
A cura di Alberto Vidissoni
Stamperia d’arte Albicocco, via Ermes di Colloredo 8c, Udine
Dal 21 febbraio al 28 marzo 2026
Il fuoco è lo strumento principe di Alberto Pasqual, il tramite di tutte le cose. Ci tiene a precisarlo lui stesso, osservando che il fuoco «lascia una traccia ma poi sparisce»: gli serve per fare propria la materia, perché gli “appartenga” e per “scoprirne i segreti”. Pasqual modella segni, produce bruciature, fa fumo, ottiene ossidazioni dando alla fiamma più ossigeno; con la saldatura compone assemblaggi sia che adoperi il ferro sia che lavori fogli di polietilene espanso; asportando il metallo fuso ancora liquido ottiene degli scavi nella materia; piega la massa del metallo, crea scanalature, genera fratture, apre strappi, tagli e lacerazioni portando le superfici interne verso l’esterno.

Le slabbrature evocano forme organiche che rimandano all’origine, al primordio, al primigenio di una forma circolare di ferro pieno che è la ruota della vita; oppure suggeriscono l’attività erosiva dell’acqua, che scorre plasmando ciò che incontra e penetra nelle rocce creandone cavità. Piccole steli si reggono su equilibri precari dove le parti levigate sono così sottili, al limite della sopportazione del peso, che paiono sfidare e vincere la statica in un controllo della materia e delle tecniche dominate sul filo del fallimento.

Il passato riaffiora attraverso i riferimenti alla mitologia classica. Delle armi di Achille Pasqual immagina la lancia e lo scudo: li ricostruisce nel battendo e forgiando il ferro, imprimendogli torsioni, assottigliandolo per martellatura, sfrangiandone i bordi in una crudezza materiale, arcaica e primitiva. Scelte come fonte visiva, le lastre del sarcofago di Atella conservato nel Museo archeologico nazionale di Melfi gli hanno suggerito una lettura della figura dell’eroe acheo attraverso i mezzi della calcografia: ne ha isolato nuovamente l’emblema dello scudo, mentre il motivo decorativo a festoni è diventato un esercizio gestuale al carborundum.

Tra il maglio e la carta, tra una forma che insiste nelle tre dimensioni dello spazio e la superficie bidimensionale del foglio sono più i punti di contatto che le distanze che corrono a separarli. Nelle opere realizzate in collaborazione con la Stamperia di Corrado e Gianluca Albicocco Pasqual ripensa le forme dei ferri, restituendo il loro negativo: non i pieni della massa, ma i vuoti della scultura come una sorta di stampi per la fusione. Veloci e nervosi, richiamano il magma tellurico della materia; striati, ne riportano asperità, solchi e cavità.

Pasqual vuole che le carte portino le tracce della propria attività di fabbro. Così le sporca strofinandole sul pavimento dell’officina, le appoggia volutamente sul suo banco dove salda e smeriglia, perché possano vivere e partecipare del processo lavorativo, segnate dalla polvere e delle bruciature. In una regia tutta affidata alla casualità del processo, tratta poi alcune delle stampe al carborundum con degli acidi che producono un effetto simile alla ruggine, ottenuto però senza la minima componente di ferro.
In un’altra serie di opere su carta di grande formato, in esemplare unico e non stampate, con lo stesso effetto Pasqual descrive campiture circolari e forme rettangolari, come se stesse lavorando pezzi di ferro e lamiere. Assembla più fogli, prodotti in tempi diversi e che potrebbero vivere in maniera indipendente; li piega e li ritaglia, ne nasconde uno sopra l’altro. Quasi compone le pagine di un quaderno di pensieri sulla scultura. Un’idea sopra l’altra, in attesa della prossima.
